
Qualche anno fa in estate trovai un libro che mi ispirava, iniziai a leggerlo e lo trovai da subito meraviglioso, mi appassionava, mi stupiva, e non riuscivo a smettere di leggerlo.
Trovavo semplicemente incredibile come nonostate le tragedie inenarrabili a cui il protagonista veniva sottoposto, la disgrazia della sua famiglia, la perdita degli affetti più cari, la povertà e la disperazione che faceva da sfondo alle vicende che narrava; che nonostate tutto ciò riuscisse a farmi sorridere ad ogni pagina con una poesia, una ironia, ed una gioia di vivere, semplicemente stupenda.
Era estate e me lo portavo in spiaggia, lo leggevo disteso a prendere il sole tra una nuotata e l’altra, e ne godevo ad ogno paragrafo.
Una ragazza molto carina distesa vicino a me, e che non avevo neppure notato, mi si rivolse e mi disse… “Ah… Quel libro… Ma stai leggendo quel libro?”, credo di ricordare che semplicemente annuii, sorpreso, e colto da una piacevole elettrica sensazione… Si, i libri, questi meravigliosi oggetti di carta che ti permettono di imparare così tante cose, e che… Cavolo… Ti permettono anche di attaccare bottone con una bella ragazza.
E lei aggiunse: “Ma come fai a leggerlo? E’ un libro tristissimo… Ci sono solo tragedie…”
Credo di ricordare che le dissi semplicemente che per me era bello. E mi rabbuiai in volto, perchè sapevo che non sarei potuto andare avanti in quella conversazione, non riesco a parlare con qualcuno che non comprende:
“Le ceneri di Angela”, di Frank McCourt.
Quando lo finii di leggere ero così entusiasta del torrente di parole di McCourt, di quel ottimismo e di quel buon umore che mi aveva trasmesso, che cercai di scoprire quanto più potevo di lui. “Angela’s ashes”, era il suo primo libro, e gli era valso il premio Pulitzer, comprai subito “Tis”, il suo secondo libro, ma non lo iniziai… Ero timoroso di scoprirlo diverso dal primo, o troppo uguale, di scoprire che la sua narrativa non era più così originale per me… O comunque che in qualche modo mi deludesse… Credo che “Tis” abbia passato almeno 3 anni su di uno scafale in casa mia, prima che la settimana scorsa, d’impulso, lo afferrassi convinto. Sentivo che era venuto il momento e che non potevo aspettare oltre prima di scoprire la verità.
Arrivato a pagina 6 ho alzato lo sguardo dal libro, e mi sono detto… “Max… Che idiota che sei…”
“Tis – Che paese è l’america.”, di Frank McCourt, Adelphi, 8 euro.

Ho rivisto “The Molly Maguires” pensando agli scontri sociali in corso in questi giorni in Francia.
Quello che mi piace nei film di Martin Ritt, è la sua ferma convinzione che da una storia c’è sempre qualcosa da imparare.
“The Molly Maguires” è un film violento, anche se forse non così tanto secondo gli standard di oggi; quello di cui parla è la contrapposizione e lo scontro tra classi sociali, parla di ribellione, del tentativo estremo di far valere i propri diritti quando si è oppressi, schiacciati tra il disperato tentativo di raggiungere quelle aspirazioni che percepiamo come legittime ed i limiti imposti da un sistema con il quale non c’è dialogo possibile, perchè il suo unico intento è quello di mantenerci immobili sul quel gradino della scala sociale sul quale ci ha collocato.
Non ci sono eroi in The Molly Maguires, ci sono solo persone che disperatamente cercano di conquistare qualcosa, e nel farlo si scontrano tra di loro, Ritt non è impietoso con tutti, non sono stereotipati nessuno dei personaggi, siano essi traditori, assassini, terroristi o ricchi possidenti.
Cento anni prima dei fatti raccontati in The Molly Maguires, 1776 contro 1876, Thomas Jefferson scriveva nella dichiarazione di indipendenza:
“Ogni esperienza ha mostrato che l’umanità e più disposta a sopportare, quando i suoi mali sono sopportabili, che non a difendersi abolendo le forme alle quali sono abituati. Ma quando una lunga serie di abusi e usurpazioni, che perseguono invariabilmente il medesimo obiettivo, manifesta il disegno di ridurli sotto un assoluto Dispotismo, è loro diritto, è loro dovere rovesciare un simile Governo.”
The Molly Maguires ci ricorda che un diritto inalienabile dell’uomo è il diritto alla ribellione; e che grava sulle spalle di chi si ribella la responsabilità della propria scelta.
Non sono così ingenuo da credere che le miniere di carbone di fine ottocento equivalgano alle Banlieue parigine, e neppure sono così incoscente da giustificare o promuovere la violenza. Ma questo è ciò che accade quando si sacrificano davanti all’altare dei propri interessi le opportunità di dialogare e capire.
Sembra che scendendo dal monte Won Gak il Monaco Soen-sa incontrò il Maestro Zen Ko Bong; che all’epoca insegnava solo a laici, convinto che i monaci non fossero studenti sufficientemente ardenti.
Soen-sa gli chiese: “Come dovrei praticare lo Zen?”
Ko Bong rispose, “Un Monaco una volta chiese a Maestro Jo-ju, ‘Perchè Bodhidharma è venuto in Cina?’ Jo-ju rispose, ‘Per l’albero di pino che c’è davanti al giardino.’ Che cosa voleva dire?”
Soen-sa capì, ma non sapeva come rispondere. E disse solamente, “Non lo so.”
Ko Bong allora gli disse, “Tieni solo questo. Questa è la vera pratica Zen.”